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In margine al 10 summit dell’Unione Africana che si è tenuto dal 28 gennaio al 2 febbraio scorsi ad Addis Abeba, una sessantina di donne provenienti dal Darfur hanno incontrato leaders africane, donne provenienti da altri luoghi di conflitto del continente, e un gruppo di esperte delle Nazioni Unite, per redigere una “Piattaforma d’azione per la pace e la sicurezza” indirizzata ai decisori politici dell’ONU e della sua Commissione sullo Statuto delle donne, del Sudan, dell’Unione Africana, del Consiglio dei Diritti dell’Uomo e del Consiglio di Sicurezza ONU. Di tutti i conflitti aperti oggi nel mondo, nessuno sembra avere un’effetto cosi’ devastante per le donne come quello del Darfur, con decine di migliaia di donne, giovani e meno giovani, separate a forza dai loro mariti, dai figli, dalle famiglie, trasportate lontanto dalla casa e dalla regione, violentate e uccise in massa. Le informazioni che continuano ad arrivare, hanno denunciato le donne presenti all’incontro di Adis Abeba, raccontano di migliaia di donne rinchiuse controvoglia nei campi profughi, e sistematicamente stuprate quando escono per andare a cercare l’acqua, la legna o il carbone. Obiettivo dei lavori dell'incontro, "mettere in luce gli aspetti di genere dell’agenda della pace in Darfur”, ed armonizzare le strategie e le proposte per un’ integrazione di genere negli accordi che attualmente contengono solo qualche accenno alla partecipazione delle donne nel processo di pace, all’uguaglianza tra i due generi, ai diritti delle donne in generale. “Non possiamo essere considerate soltanto come simboli di carne della tragedia, dobbiamo avere un ruolo attivo in tutti gli aspetti del processo di pace”, ha detto Sidiga W. Babiker Badri, nota militante sudanese, aggiungendo che “le parti interessate dovrebbero capire che le donne non sono solo vittime di violenza, ma anche forti leader delle comunità, pronte a contribuire alla risoluzione dei conflitti; senza di noi, le strutture della società non possono essere ricostruite.". Alla fine, e’ stato chiesto all’assemblea di pretendere l’inserimento di almeno una donna in ogni delegazione, e che durante le trattative vengano tenute in seria considerazione le loro richieste in merito ai diritti delle donne. [...] Vergognoso, perché in nome di un garantismo alla vita grondante retorica (quando mai ci si è preoccupati delle sorti della Corea e dell'Asia, paesi menzionati da "Il Foglio" nella sua lettera a Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite? E dell'India, poi? Tutta questa solerzia verso le vittime dell'aborto nei suddetti paesi - e nessuna pietà per coloro che vi muoiono di fame, di sciocche malattie, di AIDS?) Ferrara e i suoi fedeli offendono la coscienza delle donne, calpestano i loro diritti e, già che ci sono, strizzano l'occhietto al Vaticano. Che, figuriamoci, non si lascerà scappare un'occasione così ghiotta. E le donne? Le donne che ci rappresentano, le donne che hanno voce in capitolo, che potrebbero farsi sentire contro questo nuovo "patriarcato da bar dello sport", cosa fanno? Nulla. Se s'indignano, lo fanno molto debolmente. Nessuna che abbia avuto il coraggio (o l'intelligenza) di dire al sig. Ferrara che lui è l'ultima persona al mondo a poter promuovere crociate di questo genere. Se non altro per il suo sesso d'appartenenza. Siamo stanche di sentire i bei discorsi maschili sui diritti alla vita - considerate le atrocità che nella storia gli uomini hanno commesso. Siamo stanche di intromissioni vergognose, di illazioni infamanti, stanche dell'oratoria di questi ciceroni prezzolati. L'ultima preoccupante notizia è quella dell'intervento della polizia nell'ospedale Federico II di Napoli, sollecitato da una telefonata anonima che paventava il rischio di un'esecuzione di un aborto clandestino. La povera donna ricoverata (che aveva abortito regolarmente, per problemi di salute suoi e del feto), ancora intontita dall'anestesia, ha dovuto subire un vero e proprio interrogatorio condotto da alcuni agenti (uomini) in divisa. Chi ha detto che la caccia alle streghe è finita, dimenticata, cancellata? Le proteste di Roma e Milano, in seguito a questo increscioso episodio sono non solo giustificate, ma addirittura doverose. Doverose per chiarire quali siano i limiti invalicabili della libertà, doverose per ricordare al nostro Stato e alle forze dell'ordine che il diritto e le leggi dovrebbero sempre avere le priorità, di fronte a campagnucole d'opinione pseudo-maschiliste e pseudo-fasciste. Doverose per rammentare a tutti che le conquiste ottenute da un Paese che pretende d'essere civile non possono essere cancellate da un colpo di spugno al primo cambio di marea. E perché certi valori vengano bene impressi nella memoria collettivaui di seguito vi segnalo qualche link utile. Giù le mani dalla 194. - manifestazione a Roma il prossimo 8 marzo, organizzata dall'associazione Arcidonna - l'articolo di Ecologia sociale sull'episodio di Napoli e sulla paventata revisione della legge 194 - un altro articolo di Ecologia sociale - la petizione di Server Donne da sottoscrivere (REUTERS): COSENZA ... Poco tempo prima di fare irruzione a "Il girotondo", l'uomo si era presentato in un altro asilo della città ma era stato allontanato con la scopa dalla bidella. Insomma, la scopa della bidella è l'arma intelligente che protegge i bambini dai matti. Oh, se davvero bastasse. memo per il prossimo governo: potenziare le bidelle, o le scope. Il sonno, non aiutato anzi ostacolato, come succede, dalla consapevolezza della sveglia all'alba: e anzi che il sonno arrivava un sentimento acuto e allucinato del suo corpo, o meglio delle varie parti e funzioni di esso. Sentiva ad esempio come il lato della coscia e del polpaccio della gamba sinistra avessero un contatto col letto, sotto, e col lenzuolo sopra, poggiato così leggero che poteva sentire, muovendo la gamba, i peli della gamba mossi come un'onda: e il movimento degli occhi sotto le palpebre ostinatamente chiuse e anzi serrate strette, strette, e quel disagio dell'esofago, perché non si mangia prima di andare a letto, che non mandava giù, né sù, un qualche bolo. Sollevò le braccia, Marco: gli sembrò di potere così aiutare quel transito, e comunque fare qualcosa, mentre la notte scorreva oltre la saracinesca delle palpebre chiuse: e le stese, allora, sopra il cuscino diagonale e arancione di fantasia, oltre il capo del letto, il piccolo capo del lettino di ragazzo su cui, dopo tanto tempo, tornava. Gli parve allora che proprio quell'incontro col letto e con la sua antica esperienza di quel letto potesse provocare il nervosismo e allontanare il sonno, come se l'apparecchio ipnotico – legno in una foggia pressoché pratica e razionale, pressoché nordica, così da somigliare ad altri letti, loro sì nordici e razionali davvero, e diversamente costosi – come se il letto avesse avviato complicate e lunghe procedure di riconoscimento di quel corpo che gli pareva conosciuto, e non gli pareva, così diverso nel peso adesso maggiore e nella disposizione oneraria (quasi svuotate le spalle, e ingrossati i fianchi, come se l'imbottitura si fosse spostata negli anni, avesse seguito le vie della gravità), e nell'odore della vita incontrata, dei passi di mille cose scansate, oppure, inevitabilmente, calpestate. Le dita trovarono qualcosa. Alla fine di quelle braccia allungate sopra il capo le mani s'imbatterono, in un oscuro lato di sotto del mobile, nelle irregolarità nette e da subito inconfondibili (la memoria delle cose del buio, che non sbaglia) di cose attaccate lì sotto, irrigidite e fatte quasi legno, detriti abbandonati in ordine. Caccole. Caccole antiche, mocci fatti a pallina. Le caccolette di una canzone romana, dove un bambino le colleziona col limone. Alle dita sembrava che i dossetti delle caccole fossero in fila. A Marco venne fatto di pensare a un piccolo cimitero disadorno, con i cumuli a intervalli regolari. I manuali di pedagogia gli avevano detto del raccapriccio istintivo del bambino all'idea di tagliarsi le unghie e i capelli, di separarsi da parti di sé. Questo pensiero, nell'esplorazione tattile dell'area nascosta del letto, lo portò a una forma di ricordo completo e fatto di tutti i sensi insieme: l'estate di ragazzo, le lenzuola, i movimenti noti nel consegnare al segreto di quel sotto di mobile amico il detrito del naso – aveva cominciato a grattare via quei segni, e improvvisamente smise. Smise, perché si vide, Marco, bellissimo e incosciente e ragazzo, un dio inconsapevole. Aveva sempre pensato a una barca, quando diceva «Quasi anonima sorridi, e il sole indora i tuoi capelli Perché per essere felici è necessario non saperlo?». Non aveva un momento più bello da tenere con sé e da portare a scudo, in quella notte di lemuri e fatica. Le notti da ragazzo e l'inconsapevole accumulo nascosto, un segnale di punti in rilievo che aveva saputo lasciarsi da sé, un messaggio in bottiglia che era rimasto fermo per anni, e anni, e anni, lasciando che tutto intorno girasse e alla fine tornasse lì dove era iniziato. Marco, adesso fattosi quasi in due, le due sagome sovrapposte del ragazzo e dell'uomo, sorrideva di sé e di quel bel giro di anni; e questo accennato e silenzioso sorriso valse da solo, alla fine, a portare le braccia, le mani, le cosce e la consapevole superficie della schiena all'atterraggio benedetto nel porto del sonno. Vi segnaliamo [Falso idillio], di b.georg, una piccola sorpresa nel panorama splinderiano. ![]() Nella speranza di fargli cosa gradita, lo inseriamo subito fra i nostri link.
Il mito del Vampiro nasce nell’ambito delle credenze popolari e si evolve nel tempo e nello spazio, fino a coinvolgere la letteratura e, nei tempi moderni, il mondo dei media. Un mito persistente che da secoli terrorizza e affascina con la sua ambiguità. Quale è il motivo per cui ancora oggi questa ancestrale leggenda è protagonista di romanzi, film, telefilm, fumetti e videogiochi? Il fascino del Vampiro sta nella sua eccentricità e sostanziale diversità dagli esseri umani che si concretizza nel suo ambiguo rapporto col tempo. Egli vive una vita particolare, nel buio della notte, alla ricerca di sangue fresco, mentre di giorno deve nascondersi, per evitare la fatale luce del sole: il suo modo di vivere è un capovolgimento dei normali bioritmi dell’essere umano. L’universalità e la permanenza di questo mito sono spiegate dal fatto che esso è la somma di una costellazione di simboli che rievocano ciò che è al cuore stesso dell’esistenza: il sangue, la vita e la morte, così come il sogno di immortalità che ciascuno di noi culla inconsapevolmente. Nonostante la sua immortalità, la forza fisica superiore, l’energia mentale, la straordinaria sensualità che possiede, è condannato, come stato d’animo di fondo, all’infelicità eterna. Questa infelicità attira la simpatia del lettore o dello spettatore, che con partecipazione emotiva si concede ad una segreta ammirazione, immedesimandosi in questa figura che vaga nelle notti alla ricerca di un qualcosa che mai troverà, alla ricerca di una stabilità che l’uomo moderno non riesce a trovare. Il Vampiro cristallizza tutti i nostri desideri, i nostri timori e le nostre ossessioni, indipendentemente dalla cultura, lingua, appartenenza geografica ed epoca nella quale viviamo, divenendo così un mito universale. Il mito del vampiro si evolve nel tempo e nello spazio, dando vita a numerose figure che si differenziano per importanti caratteristiche. Lo scopo di questo saggio è quello di analizzare tale evoluzione studiando le varie tipologie di vampiro collegate ai mezzi di comunicazione con i quali vengono diffuse. Lo studio è suddiviso in tre capitoli. Nel primo capitolo si parte dalle radici del mito, passando in rassegna le varie leggende folcloristiche e le tradizioni più antiche, analizzando l’etimologia della parola vampiro e gli elementi simbolici legati ad esso. Nel secondo capitolo viene preso in considerazione il vasto mondo della letteratura, dalla poesia e prosa di fine Settecento fino ai moderni romanzi del Novecento. Nel mondo letterario vediamo emergere la figura classico-romantica del vampiro che evolve poi successivamente in quella post-moderna. Nel terzo e ultimo capitolo viene affrontato il tema centrale del saggio: il rapporto tra vampiro e media. Dapprima si prende in considerazione il mondo del Cinema, rilevando accanto al vampiro classico-romantico e a quello post-moderno una ulteriore tipologia del mito, quella del vampiro fantascientifico. Successivamente si analizza il mondo della TV con particolare interesse alla Fiction e alla celebre serie Buffy the vampire Slayer. Libro: Bianco & Nero - Formato: 14,8 x 21 (A5) - Copertina: morbida - Pagine: 90 - Editore: Boopen - Lingua: italiana. ISBN 978-88-6223-116-9 Il Vampiro e i Media di Marco Tonetti E’ possibile ordinare “Il Vampiro e i Media” su www.boopen.it Ho cominciato a intonare oggi questo mantra del consumatore tentato; da un mese posseggo un MacBook, e stamattina è apparsa sul mercato mondiale una bellissima e intelligentissima donna di nome MacBook Air. In questo video ho visto la luce e adesso, scrivendo su Cassandra dal mio MacBook che mi piaceva da morire (fino a stamattina) e mi piace abbastanza (da ora) continuo a dire: Il MacBook Air? Non mi piace, non mi piace, non mi piace... Speriamo che funzioni. Andrea da efialte.wordpress.com p.s.: .oO_elo_Oo., mia saggia e onnipotente editor, non sto facendo pubblicità: qui il tag giusto dovrebbe essere «religione». ![]() E la Strega? Nella vita delle Streghe non esiste un per sempre; nel per sempre delle Streghe non esiste un felicemente; nella storia delle Streghe non esistono postille. Di quella parte che sconfina dalla storia della vita – ahimé, o forse grazie al cielo – non è dato sapere. Era morta, morta e sepolta, e tutto ciò che restava di lei era il carapace di una cattiva reputazione.
“E la perfida vecchia Strega rimase prigioniera nella caverna per molto, molto tempo.”
“Ed è più uscita?” “Non ancora.” [1] Perché, le streghe, si sa, da sempre s’intestardiscono a essere personaggi scomodi. Figlie del disagio sociale, della crisi dei valori (o, al contrario, di valori coltivati con caparbietà e branditi come un’arma dall’uomo contro gli uomini), eroine per eccellenza del “momento di frattura”, per secoli si sono adattate a ricoprire il ruolo scomodo di donne perfide e maledette, prive di anima e di compassione. Amanti di Satana oppure, nella tradizione favolistica, megere crudeli senza motivo, capaci di infliggere atroci sofferenze all’eroe o all’eroina della storia per il semplice gusto di imporre su altri la propria volontà. Ma se le testimonianze rilasciate durante i processi dell’Inquisizione possono essere riviste in chiave antropologica, andando a caccia di tracce di riti precristiani sotto la patina orrorifica delle descrizioni del Sabba e del “grande capro”, allo stesso modo è possibile capovolgere le favole, per domandarsi – una volta tanto – che cosa sia mai passato per la testa di maghe e fattucchiere. E’ quanto fa Gregory Maguire nel suo Strega, ironica e intelligente rivisitazione de Il Mago di Oz di Frank Baum, narrata dal punto di vista della Perfida Strega dell’Ovest. Maguire ripercorre la vita di Elfaba, figlia sfortunata di un predicatore unionista, nata con la pelle verde e cresciuta nelle paludi desolate dei Gingillini insieme alla sorella Nessarosa, una fanatica religiosa menomata e priva di braccia. La segue durante gli anni dell’università (frequentata nella città di Shiz, miraggio di libertà che si rivela, invece, il luogo in cui il Mago e la sua detestabile alleata, Madame Morribile, lavorano alacremente per influenzare le menti dei giovani e piegarle al potere della Città degli Smeraldi), attraverso la ribellione giovanile al totalitarismo strisciante imposto dal Mago di Oz, per giungere sino all’amaro epilogo, che porterà alla distruzione di Elfaba (frustrata in tutte le sue speranze, abbandonata da tutti gli affetti) e alla creazione della sua indelebile “cattiva reputazione”. Mascolina, testarda, appassionata, Santa e Strega, Elfaba lotterà a lungo per i diritti degli Animali, oppressi e perseguitati dalle leggi razziali emanate dal Mago e per la conquista della Verità: qual è l’origine del Male? Qual è il senso della religione? La fede unionista e il più antico paganesimo sono un colossale imbroglio per manipolare le coscienze degli uomini o davvero gli esseri viventi (Animali inclusi) sono dotati di un’anima? Strega è una metafora sapiente e crudele della civiltà moderna, della nostra cieca indifferenza di fronte all’orrore, dei nuovi totalitarismi silenziosi, capaci di privarci della libertà e di donarci, in cambio, l’illusione crudele di un’effimera felicità. [1] G. Maguire, Wicked – The Life and Times of the Wicked Witch of the West, trad. It. Strega, Sonzogno, Milano 1995, p.429-430. Da uno dei blog blog di Pino Scaccia
Dotato di un buon apparato iconografico (all’interno del quale spiccano le fotografie di maschere rituali africane), il libro di Centini parte dalle striges classiche per ricostruire le tappe salienti della stregoneria europea, attraverso i tempi bui dell’Inquisizione (trattando della commistione fra magia ed eresia, dell’emarginazione sociale e femminile, dei grandi inquisitori e dei grandi processi) e porre in evidenza le caratteristiche peculiari delle cosiddette “amanti di Satana”: le tradizioni riguardanti il Sabba, il volo a cavallo si scope e caproni, i filtri magici e il malocchio. Un'opera divulgativa scritta con grande competenza, precisione e arricchita da numerose citazione e da brevi "schede di approfondimento" su personaggi, luoghi, cerimoniali. Più rapido e meno convincente l’ultimo capitolo, che sorvola rapidamente sulla magia contemporanea, mescolando la stregoneria vera e propria col satanismo e col fenomeno delle sette. Le streghe nel mondo, di Massimo Centini De Vecchi Editore, Milano 2002. 191 pagine.
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